Le voci della critica letteraria contemporanea si risvegliano, provocati da un j’accuse di qualità, quello di Alessandro Baricco, pubblicato sulle pagine di Repubblica Mercoledì 1 Marzo.
Premessa: Baricco ha scatenato una reazione in laboratorio, lanciando una provocazione da un punto mediaticvamente privilegiato (quanti altri avrebbero potuto pubblicare uno sfogo sull’elzeviro di Repubblica?). Nel web e non solo le analisi sullo stato della critica letteraria, sul valore delle recensioni e dei recensori si sprecano. Quindi niente di nuovo sotto il sole, solo qualcosa di più visibile, quasi abbagliante. Il tema preoccupa moltissimo la cosidetta società letteraria, solo che non sono le voci istituzionali ad interrogarsi quotidianamente sul problema, bensì è il mondo sommerso, precario e appasionato di chi vede passare sotto i propri occhi decine di libri ogni giorno, a reagire, a creare opinione. Rigorosamente sommerse e invisibili.
Un giorno uno scrittore famoso – davvero famoso – si indispettisce e alza la voce per denunciare i mandarini della critica e il loro lassismo, le lasche recensioni e le frecciatine che indispettiscono e non creano reali movimenti di opinione.
Il diritto di richiedere la recensione e non la frecciatina è giustissimo. Tuttavia a questo punto è necessario riconsiderare il valore dell’incubo di ogni ufficio stampa, ossia la stroncatura. Che oggi non va più di moda perché non ci sono pensieri forti a cui rapportarsi per denunciare la bruttezza di un libro. Ci sono solo le soggettività di recensori e critici, slegate fra loro e spesso inefficaci sul mercato. Proprio nella chiusura delle considerazioni di Edmondo Berselli su La Repubblica di venerdì 3 marzo emerge la consapevolezza segreta e quasi inconscia dell’inutilità del lavoro dei critici in relazione ad un mercato editoriale sempre più viziato da casi letterari inesistenti e auto alimentati. I critici diventano ufficiali parareligiosi del rito del successo di vendite. Né più né meno. Emerge la necessità di adattare il pensiero critico ai tempi, renderlo utile e costruttivo. Ma come?
Con il sito www.raramente.net ogni giorno cerchiamo di alimentare idee, di costruire coscienze critiche. Noi, che non siamo critici, che ci limitiamo ad offrire uno spazio in cui mettersi alla prova come lettori e poi come recensori. Lucarelli auspica in chiusura al suo intervento un richiamo alla serietà e alla passione, da parte di scrittori, lettori e critici. La auspichiamo anche noi, mettendo però una condizione. La passione per la letteratura e la voglia di comprendere i tempi di mutamento contemporanei della scrittura richiede un’ottica stereofonica, cosa che la critica contemporanea non prende nemmeno lontanamente in considerazione. Facciamo un esempio: il caso di Rachid O., pubblicato dalla Playground, e portato alla ribalta su tutte le pagine culturali italiane. Parto da questo per lanciare un’idea: concentrarsi sui fenomeni nascosti, nascenti, significa valutare i settori di produzione letteraria più vivaci. La critica dovrebbe, quindi, prestare più attenzione alla piccola editoria, alle scuole di scrittura, e non solo agli altisonanti nomi imposti dai nomi potenti dell’editoria.
Ci rendiamo tuttavia conto che un critico può scrivere pochissime recensioni all’anno in rapporto al volume stratosferico di nuove pubblicazioni. A questo punto allora perché i grandi nomi, i grandi critici, non prendono per mano la gioventù, e ce n’è tanta, che vuole imparare a capirli i libri, a conoscere la critica. Addestrare nuouve menti alla critica: questa potrebbe essere la sfida della critica al nuovo secolo. Solo così a nostro avviso ci potrebbe essere la possibilità per i prodotti migliori, per tutti gli scrittori, e non solo quindi il Baricco della situazione, di avere avere un posto al sole (piccolo o grande che sia), un riconoscimento per il lavoro e il tempo dedicato alla letteratura.
Dato che non esiste più un concetto ben definito di èlite culturale. Dato che oggi la cultura la fanno i blogger. E dato che oggi Citati non smuove più nulla se non nella testa di addetti ai lavori & co, ma non dei lettori, perché non percorrere una giusta strada di democraticizzazione del sapere che passa anche attraverso quella polifonia di voci tanto decantata dai sostenitori del postmoderno letterario?