Lo ammetto, al contrario delle altre volte, ho scelto un titolo un po' sibillino. Ma la domanda è cruciale nella vita di ogni essere umano. Direi cromosomica, come la necessità di riprodursi e respirare. Come leggere. E come, santo dio, riscaldarsi. Il mio stomaco ha le stallattiti ormai...
Comunque, bando alle ciance e andiamo dritti al sodo. La dedica: dedico questo post a Paolo Di Paolo che ha un anno in meno di me e a letto 5 volte la quantità di libri che io ho letto.
Si parlava di libri, ovviamente. Da buoni swinging readers, eravamo nel bar del miglior tiramisù di Roma e sul tavolo dinanzi a noi il vassoio con le nostre consumazioni si stava rivelando decisamente scomodo. Abbiamo iniziato a colonizzare il tavolino affianco. Le borse strisciavano alla conquista di nuovi centimetri di pavimento. I racconti sui libri da recensire si susseguivano voraci, mangiando l'aria intorno a noi, nella fretta di sapere, di conoscere, di scambiare e trovarsi. D'accordo o in disaccordo non è importante. Era questione di confrontarsi con quelli che l'intellighenzia classifica come membri della società letteraria. La stessa che ha salvato Stilos, ex inserto quindicinale de La Sicilia, ora venduto singolarmente, arrivato a parificare per importanza il famoso TTL de La Stampa. Ovviamente - ovviamente- io ero davanti ad un vero membro della società letteraria. Non lui. Lui era davanti ad una Swinging Reader. Ma ha poca importanza.
Si è scatenata una conversazione rumorosa. Ho temuto che i clienti attorno a noi si alzassero e andassero via, scandalizzati dalla profondità e dall'accuratezza dei giudizi sui libri, sugli autori e sulle case editrici. Pompi non è certo luoghi per conversazioni culturali. Però lui da critico ed io da ancora semplice recensore eravamo lanciati nell'attività chiave della nostra vita: parlare di letteratura. Ho deciso di raccontare di questo incontro proprio perchè Paolo, ad un certo punto, mi ha mostrato una recensione di uno suo libro, ad opera di Alfonso Berardinelli su Il Foglio. Che vabbè sì, è sempre Il Foglio, però... Berardinelli diceva (riporto il succo del discorso perchè non ho sottomano la frase esatta): un critico letterario deve come prima cosa parlare di letteratura. E non nei suoi articoli e basta. Ma fuori, nella sua vita.
Eccoci. Pam! Noi stavamo parlando di letteratura. In un bar, un pomeriggio di fottuttissimo gelido autunno. Parlavamo delle recensioni scritte, di quelle che vorremmo scrivere, del Dan Brown che non abbiamo letto e che odiamo entrambi (poco Swinging in verità, però ricordo la mia promessa, andrò fino in fondo), parlavamo dello stile, di come su Internet puoi anche dire che il libro ti è piaciuto perchè ti ha salvato dal suicidio, mentre sulla carta stampata c'è l'urgenza del coito del recensore.
Parlare di letteratura è un'arte. è un piacere. Ma non tutti lo sanno fare. A volte l'essenza del discorso si ferma all'urgenza di trovare qualcuno che sia d'accordo. Non un punto di vista diverso. Solo un accordo di idee. E qual è dunque l'utilità di una conversazione dove sono tutti d'accordo? Decidere se si ama o no Jonhathan Coe è una scelta di vita che può portarti in luoghi sconosiuti. Ma mi piace ancora ascoltare il perchè di questo non amore per il romanziere più dotato nello strutturare romanzi fatti di storie che si incastrano come pezzi di mosaico bizantino, con naturalezza. Mi piace ancora consigliare Castelli di Rabbia a chi odia Baricco. è una sfida che accetto volentieri.
Il titolo del post di oggi si riferisce ad una domanda che io e Paolo ci siamo posti vicendevolmente, al momento del commiato. Conduciamo vite folli. Iperboliche. Da quarantenni in carriera. Ne vale la pena? Se la tua vita sono i libri. Se la fatica che dobbiamo fare è leggere un libro, recensirlo, promuoverlo. Se l'angoscia principale è avere uno stile personale, non cadere dalla piattaforma dell'intelligenza. Se i nostri colleghi di lavoro armeggiano con le parole e non con una cazzuola.
Sì, ne vale la pena. Ne vale la pena.
Guardando indietro, scorderemo la fatica, sarà tutto abbacinante, chiaro. Seguiamo a naso una strada desiderata, sognata da sempre. Stiamo andando nella giusta direzione? Sarà il tempo a dirlo, come per tutti gli esseri umani. Non so quanto ha a che fare questo con la letteratura. Non è importante. Questa domanda è dedicata a tutti quelli che ogni giorno lasciano andare le braccia. Si scoraggiano. Forza. C'è sempre una frase giusta nascosta nelle pieghe dei minuti di una giornata. C'è sempre un sorriso da portare a casa. C'è sempre una strada da seguire.
A tutti gli "odianti" di Baricco dedico il consiglio di oggi: Castelli di Rabbia. Il suo primo libro. Il libro di un copywriter che ha un sogno nel cassetto. Un sogno che ha la consistenza della realtà. Che ha il pregio del talento. Quel talento che si rivela non nel fare domande, ma nel dare risposte a domande che nessuno ha ancora posto.
Arranchiamo sotto il peso di una vita troppo grande per le nostre giovani primavere.
Strappiamo con i denti qualche emozione.
Troviamo consolazione nella pagina scritta. Perchè muta ed incredibilmente ciarliera. Perchè presente senza pretese.
Perchè ascolta quando ti perdi nei pensieri, senza andare troppo avanti.
Ho avuto fortuna. Il mio lavoro mi ha portato ad incrociare la strada di Giancarlo De Cataldo. Mi ha permesso di dialogare con lui a proposito di un altro libro, proprio nei giorni della promozione del film tratto da Romanzo Criminale. Dopo un po' di tempo, svincolata dal lavoro e dagli impegni mondani che affollano la mia agenda (???), ho deciso di partire in escursione solitaria verso la sala cinematografica e godermi questa nuova impresa della fantastica generazione di giovani attori italiani. (Ah, oggi Scamarcio era da Pompi... Il caffè sembrava improvvisamente più dolce...)
Non mi metterò certo qui a parlare del film. Ci tengo solo a dire che, una volta uscita, ero un fascio di nervi. Emozionata, fantasticavo sulle donne del film, sulle loro diverse ed affascinanti nature, sull'onore, sulla durezza, sulla fibra di acciaio di questi uomini formidabili nella loro malvagità.
Un lettore vero, cazzuto, e perchè no, swinging, avrebbe preso subito su il romanzo e fatto l'inevitabile confronto. Dopo solo una settimana, ho concluso con mio stesso stupore la lettura del libro e mi sono ritrovata a pensare: "Voglio essere la figlia di un mafioso". Pensiero alquanto blasfemo, ma originato da un coinvolgimento emotivo e letterario senza pari. Premessa: entrare nel libro dopo aver visto il film è stata decisamente un'impresa: consiglio il percorso inverso. La sceneggiatura risponde all'economia di un medium sincretico quale il cinema: qualcosa andava tagliata per forza. Ma la dirompenza del palco umano che De Cataldo mette in scena nel suo libro è fenomenale. Una commedia umana del crimine, con una Roma silenziosa sullo sfondo, covo di criminali e palazzi, potere e malvagità, quel male che a volte sembra così inevitabile e così dannatamente giusto! E la cosa che tornavo a chiedermi è perchè mi sembrasse così naturale imbracciare un mitra e fare una strage, perchè la giustificazione a tutta la violenza - finzionale, ma solo fino ad un certo punto, certe cose sono successe pre davvero... - fosse così automatica, affiorasse alla mia mente con tanta nonchalance.
La risposta è: il male ha un fascino assolutamente magnetico. Stuzzica il senso del proibito. Il male rende potenti.
Esempio storico. Dracula, il bellissimo e tormentato principe Vlad che fa strage di innocenti, violenta fanciulle indifese, terrorizza gli uomini. Eppure... mi affascina, mi torna in mente continuamente l'amore profondo e sconfinato per la bellissima Mina, la passione, l'infuocato tormento.
Chissà quanti altri cattivi affascinanti ci sono nel mondo letterario, e che in questo momento decidono di sfuggirmi!
Vi consiglio quindi Romanzo Criminale di Giancarlo De Cataldo. Perchè è un libro denso, pieno di storie striscianti e pulsanti, vive, umane. Il valore della strada, delle difficoltà e della voglia di vincere, di elevarsi, a volte passano anche per il sangue. Per fortuna è solo fiction... o forse no?
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